Bird
Negli ultimi tempi, ne ho davvero combinate di tutti i colori. Per esempio? Mi sono iscrita a un corso di canto. Desideravo farlo da tanto tempo, ma non avevo il coraggio, poi, dopo aver visto Amici, (spero che si colga l'ironia) ho trovato finalmente la forza. Comunque, arrivo alla scuola, che si chiama Trillo (giuro), pago e scelgo giorno e orario. L'altra mattina, prima lezione. L'insegnante è persona squisita, anche se un tantino scettica. Non voleva credere che io non avessi mai cantato in vita mia. Poi, è stato costretto a darmi ragione. Ma andiamo con ordine.
Ins: Ciao, benvenuta. Allora dimmi un po' cosa ti interessa fare?
Mavi: Niente, vorrei imparare a cantare sotto la doccia ed essere fiera di me.
Ins: (ride apertamente): Ah si, e cosa vorresti cantare?
Mavi: Ma in questo momento mi sono fissata con This is what you are, in particolare nella versione cantata da Mario Biondi, ma diciamo che non ho particolari pretese. Basta evitare gli 883.
Ins: Quindi jazz... Dove dicevi che studiavi prima?
Mavi: No, guarda veramente a volte canto in motorino, ma comunque sono stonata come una campana.
Ins: (sorride malizioso): Eh, dicono tutte così! Scommetto che hai proprio una bella vocina... Facciamo qualche vocalizzo?
Mavi: Sìììì!
L'insegnante si siede al pianoforte e comincia a suonare. Mavi tace, quasi rapita. L'insegnante si volta, con fare interrogativo. Evidentemente, c'è qualcosa che non va.
Ins: Ti senti pronta?
Mavi: sì, prontissima. Solo che non ho capito bene cosa devo fare.
Ins: (preme un tasto del pianforte): ecco la senti questa nota? Da qui devi partire facendo a-ah-ah-ah, insomma un vocalizzo.
Mavi: Ecco, no, guarda io non sento niente. Se mi vuoi fare a-ah-ah te, io posso anche provare a imitarti, ma la nota in sè al mio orecchio non comunica informazioni utili.
Segue un penoso siparietto in cui l'insegnante vocalizza e Mavi gli va dietro alla meno peggio. Alla fine, scoraggiato, ma ancora non convinto, mi propone di cantare. Con il karaoke! Quando vedo le letterine che si illuminano sullo schermo, progressivamente, mi viene quasi da fuggire via. Poi, però, resisto. E attacco a cantare Battiato. Voi non potete neppure lontanamente immaginare quanto sia difficile andare a tempo. Io non ci sono riuscita neppure con le letterine che si illuminano. Alla fine, però, il mio insegnante ha ammesso che una che cantava così di merda non l'aveva mai vista in vita sua. Devo dire che c'ho un po' di soddisfazione...
reazioni
Quando vieni licenziato, hai una grande opportunità. Quella di piazzarti sul divano a meditare sul senso della vita in generale e della tua in particolare, ma come al solito non sono stata abbastanza furba da coglierla. Ho avuto però modo di condurre una piccola, ma preziosa ricerca statistica sulle possibili reazioni della gente alla notizia di un licenziamento, ovviamente non il loro. Dalla ricerca, per questioni affettive, mi trovo costretta a escludere mia madre e Peffozza. Mia madre ha detto semplicemente: “Bene”. Dove la parola bene non aveva però il significato che comunemente si intende. Era un “bene” interlocutorio, così per prendere tempo, in cerca delle parole giuste da dire per non ferirmi e soprattutto per non fornirmi un’arma micidiale di ricatto per gli anni a venire. (Si sa: nel rapporto madre/figlia la lotta è dura e senza esclusione di colpi. Continuiamo entrambe a rinfacciarci a vicenda frasi ed episodi che ormai si perdono nella notte dei tempi). Peffozza invece ha sorriso, con quel sorriso imbarazzato - che mio malgrado ho ereditato – che non riesce a fare a meno di sfoderare anche quando viene raggiunto da notizie decisamente più tragiche della mia. Tipo “è morto il tizio” e Peffozza sorride. Di quel sorriso che solo chi lo conosce può capire il senso. Dalla statistica in questione escluderei anche il gatto non tanto perché gatto, ma perché quando gli ho detto: “Grisù mi hanno licenziato”, mi ha dato un morsino a una mano. Il che mi lascia pensare che, in effetti, non abbia capito un emerito cazzo di quanto gli stessi comunicando.
Comunque, torniamo alla scienza esatta. Intanto opterei per una prima, grossolana, distinzione, che poi è anche l’ultima. (Perché, comunque sia, io in scienze sono sempre stata una frana). Alla notizia del tuo licenziamento, la gente può reagire in quattro modi: le mummie, i silenti, gli scacchisti e gli allegroni.
Le mummie sono quelle che praticamente quando le incontri ti fanno la faccia a mummia. Occhi mesti, fronte corrucciata, labbra piegate in una smorfia di sofferenza. Una maschera di dolore. “Oddio che ti è successo?” chiedi. “No, niente, è per il tuo licenziamento….”. Dopo lunga riflessione, credo di poter inserire in questo macro-gruppo, senza tema di smentita da parte della comunità scientifica internazionale, tutti coloro che in realtà se ne sbattono allegramente il buzzino – non so cosa sia, ma la nuova regola è che non posso dire più di due volte cazzo per post – del fatto che ti sei trovato all’improvviso senza lavoro.
Gli scacchisti sono quelli che appena si diffonde la notizia del tuo licenziamento ti chiamano per sapere come ti muoverai ora, cosa farai adesso, che proposte alternative ti hanno fatto. C’è uno scacchista in particolare che mi sta dietro da giorni, instancabile. Incurante delle sonore e sincere offese che gli ho rovesciato addosso a più riprese, continua a pormi domande a cui io per prima non so dare una risposta.
I silenti sono quelli che sanno del tuo licenziamento, forse ci godono anche, ma almeno hanno il buon gusto di non dirti nulla.
Gli allegroni. “Ciao Mavi, come va?” “Benino, grazie”. “Benino, perché benino?” “Sono stata licenziata”. “Oh. sai mica dove danno da bere?”. In questo gruppo vanno senz’altro inseriti quasi tutti i miei amici e conoscenti.
Poi ci sono quelli , e sono tanti, che, con una semplice telefonata, ti fanno sentire meno solo. Quelli che non usano espressioni di circostanza e sanno trovare le parole giuste. Quelli che invece non dicono una parola ma ti danno una mano. Ma anche loro, per motivi affettivi, non rientrano nella ricerca.
Il party del licenziamento
Nella mia prodigiosa ingenuità, ero fortemente convinta che un atteggiamento positivo dinnanzi alle avversità della vita, avrebbe preservato la mia salute fisica e mentale. Così, il giorno in cui il postino mi ha recapitato la lettera di licenziamento, ho deciso di organizzare un magnifico party a casa mia. Un party del licenziamento! Che bella idea! Così, mentre in fretta e furia sbaraccavo quella che è stata la mia scrivania per quattro lunghi anni, ho inviato un sms volante a qualche amichetto qua e là: "Sono stata licenziata, stasera festino a casa mia". Ho tentato di coinvolgere, senza successo, anche i colleghi che avevano subito la mia stessa sorte, ma misteriosamente hanno tutti declinato. Non si sentivano dell'umore adatto, mi hanno spiegato. Imperterrita, ho accumulato tutti i salumi e i formaggi che sono riuscita a racimolare dai cesti natalizi - non sono mai stata una gran donna di casa - ho tirato fuori tutte le bottiglie di vino che avevo nel ripostiglio e ho accatastato il tutto sul tavolo di cucina. Tocco di classe: la lettera di licenziamento attaccata alla porta. Dopo due orette di attesa, intorno a quel tavolo imbandito eravamo in quattro. Nell'ordine, io, quel disgraziato che sta con me, e due cari amici visibilmente imbarazzati per l'innegabile fallimento della serata. Una decina di invitati mi hanno chiamata spiegandomi che, loro malgrado, stavano facendo i conti con il terribile virus gastrointestinale che circola in questi giorni a Firenze, tutti gli altri si sono limitati a chiamare per avere notizie sul licenziamento. E così, mentre mi ingozzavo, con l'occhio sempre più spento, di quintali di formagio di capra, in preda a un evidente desiderio di abbrutimento, ho trascorso tutta la sera al telefono. "Si sono stata licenziata... si all'improvviso... sì non me l'aspettavo... che farò? mah... ora vedrò". E io che mi ero immaginata musiche e balli fino all'alba!!! Il peggio, però, è arrivato intorno a mezzanotte. Quando, finalmente, il campanello della porta di casa ha emesso un sonante dlin dlon. Il sorriso, appena abbozzato, si è subito spento: ormai ero troppo depressa per reagire a stimoli luminosi e sonori. Inutilmente il grazioso gruppetto di amici tutti fantasticamente disoccupati - qualcuno per scelta qualcuno per possibilità - ha brindato al mio licenziamento - alla mia libertà ritrovata, dicevano - con cori gaudiosi. Era come rianimare un cadaverino. Comunque la mazzata finale, quella del tracollo definitivo, si è presentata puntuale Intorno alle una, quando, mordendomi l'ultima unghia rimasta, ho acceso la ventesima sigaretta nel giro di due ore. Un certo Simone, che Dio l'abbia in gloria - si gira e mi fa, candido candido: "Sai Mavi, mi sa che stai fumando troppo. Ti vedo un po' grigia, un po' spenta, ti stanno venendo anche le rughe". So che potrei essere fraintesa, ma è stato peggio del licenziamento. A quel punto, con molta calma e altrettanta determinazione, ho chiesto di potermi ritirare nelle mie stanze.
Il fatto strano di quando ti succede qualcosa di importante, qualcosa che ti cambia la vita o qualcosa che comunque tu percepisci come un grande cambiamento nella tua vita, ti sembra che tutti lo sappiano. E tutti non intendo, ovviamente, gli amici. Tutti intendo i passanti, il barista, l'americano che ti passa accanto con l'ipod infilato nel naso. Ti senti come se avessi una maglietta che annuncia coram populi l'accaduto. MIca frasi roboanti. Un'enunciazione semplice, concisa. Tipo: ho un gatto. Oppure: ho perso il gatto. Ma anche: mi sono innamorata di x. Insomma, ti senti scoperto. Immagino che accada anche a chi si scopre incinta o malato. Certo girare con la maglietta: ho l'epatite c, non è il massimo. Comunque non è detto che capiti a tutti. Da recenti studi scientifici, sembra infatti che le barriere frapposte tra il mio io e il mondo esterno siano assolutamente labili. Forse è arrivato il momento delle barricate.
Non ho avuto il tempo di aggiornare il blog perchè sono stata molto presa dal lavoro ultimamente. Da ieri non ho più questa scusa. Quindi quello che vi aspetta nei prossimi giorni è una sequela pressochè infinita di post.
Mica per nulla, ma io ci devo avere scritto Gioconda da qualche parte. Stamani, per convincermi a fare la doccia, ero andata a comprare una stufetta. Il tizio le aveva finite tutte. Gli era rimasta solo quella in esposizione.
Mavi: Vorrei una stufetta.
Negoziante (scegliendo arbitrariamente il tu): Guarda bellina mi è rimasta solo quella in vetrina.
Mavi: Mi va bene lo stesso.
Negoziante: Solo che l'hanno usata gli imbianchini, è tutta sporca.
Mavi: Anch'io, devo ancora fare la doccia.
Negoziante (ride gioviale): Ah poi gli imbianchini l'hanno fatta cascare in terra... c'è un buchino.
Mavi (incoraggiante): Mi faccia un po' vedere, via.
Il Negoziante mostra una stufa inguardabile. Oltre a essere piena di polvere e di vernice, l'elettrodomestico presenta una voragine nei pressi della ventola.
Mavi (talmente fava da indugiare): Mmmmh.
Negoziante: Guarda, costa 28 e cinquanta. Te la metto venti.
Venti euro, capito. Quarantamila lire per una stufa che nemmeno i maiali.
Mavi prende coscienza della scritta Gioconda. Ma non è abbastanza assertiva da mandare a fare in culo il negoziante e accampa una scusa a caso. Poi esce dal negozio e bestemmia il dio denaro.
Quando penso a tutte le teste di cazzo in cui mi sono imbattuta nella mia vita, mi dico che se non sono diventata una pericolosa serial killer, ecco, devo essere davvero una personcina con un gran senso della legalità.
Sto seguendo con grandissima attenzione, non priva di interesse scientifico, il formarsi, all'interno del mio stomaco, di una fantastica gastrite.
Al grandissimo anonimo che continua a lasciarmi scritto tra i commenti "potevi chiamarlo cazzo" vorrei fare i complimenti per la simpatia vivissima. E invitarlo, quando trova cinque minuti, a prendere un caffè insieme.
Avevo rimproverato il mio fidanzato di non farmi mai i complimenti. Lui che mi prende sempre molto - troppo - sul serio, ha cominciato a tempestarmi di pucci pucci, sei bellissima, sei fica. Ma il colmo lo ha raggiunto ieri sera, quando mi ha fischiato dopo che mi ero tolta un maglione orribile ed ero rimasta in maniche di una maglietta incredibilmente sporca e sdrucita.
"I genitori devono essere cattivi perchè così noi possiamo ribellarci e diventare liberi".
Vaglielo a dire a Peffozza.
Ho avuto molto da fare. Niente di costruttivo, per carità. Di recente, per esempio, sono stata malata una settimana. Prima di soccombere all’influenza, sempre per esempio, sono stata impegnata in un’emozionante caccia al felino. Tutto è cominciato quando la donna delle pulizie ha scosso energicamente il piumone fuori dalla finestra. Peccato che, all’interno, ci fosse il gatto Grisù, addormentato. Singhiozzando al telefono, la signora mi ha raccontato che la bestiola è atterrata prima sopra un tetto, poi sopra un altro, poi è ruzzolato in una corte interna praticamente inaccessibile. Il proprietario della suddetta corte è un uomo cattivissimo, tipo il capo di Fantozzi. Inutile sperare di intenerirlo con la storia del micino malato e smarrito. Peffozza voleva tappezzare il quartiere di foto segnaletiche di Grisù. A me sembrava un palliativo. Così per due giorni, ho suonato i campanelli di tutti i vicini chiedendo di poter ispezionare il loro giardino in cerca del merdosissimo micio. Che di notte, chiuso nella corte, miagolava a gran voce, spezzandomi il cuore, ma di giorno, quando uscivo a cercarlo, se ne stava ben zitto acquattato senza farsi scoprire. Penso che la scena clou sia stata quella in cui i vigili del fuoco, chiamati da Peffozza, sono saliti sul tetto borbottando: Grisù grisù…. Ovviamente Grisù, vedendo quegli omoni tutti bardati, è fuggito a zampe levate. Sono riuscita ad acchiapparlo io, in una notte di pioggia in cui ho sentito il suo miagolio disperato e sono uscita di corsa di casa, suonando per l’ennesima volta alla santa vicina. Lui, tanto per cambiare, era asciutto.
Aggiornerei tanto volentieri il blog, ma sono troppo impegnata a tossire.
bau
Un papero che cerca un gatto
Sembro un papero gonfio. Però solo da una parte. All'origine di questa deliziosa mutazione dei connotati, l'estrazione di un molare, avvenuta qualche giorno fa in uno studio odontoiatrico.
L'appuntamento era fissato per le due e trenta. Ma il dentista ha pensato bene di farmi attendere fino alle quattro. In quei novanta minuti ho avuto tutto il tempo di lasciar galoppare la mia fantasia sulla possibilità che l'anestetico che mi sarebbe stato somministrato di lì a poco, avrebbe sortito su di me uno spettacolare choc anafilattico. Perciò non c'è da stupirsi se, quando mi sono trovata seduta sulla sedia del medico, ho dato il peggio di me. Al mio cospetto imbavagliato, si presenta infatti un dottorino giovane giovane con la pinzetta in mano. Mai visto prima in vita mia. "Scusa ma lei cosa vorrebbe fare?" lo apostrofo io in malo modo. "Estrazione" ribatte lui, sfoderando un accattivante accento emiliano. "No, io un dente da uno che non ho mai visto in vita mia, non me lo fo levare di certo" gli fo notare, piccata. L'assistente cerca di convincermi che il dottore è in realtà bravissimo. Lui ci resta male e si accascia sulla sedia, mortificato. Sembra un canino bastonato. Così mi impietosisco e mi faccio ridurre come un papero.
Ieri il sottoscritto papero si è trovato alle prese con la sparizione del piccolo Grisù, il gatto di casa. Per un'ora lo ho cercato ovunque rovesciando divani, sedie, armadi. Poi sono scesa in strada, armata di una scatola di croccantini, nella speranza che il suono dei biscotti che sbattevano contro il cartone fungesse da richiamo. Grisù grisù, urlavo a squarciagola mentre la pioggia si mescolava alle lacrime e l'orecchio si tendeva per percepire anche il più flebile miagolio. Qualche passante si è intenerito e mi ha dato una mano nelle ricerche. Quando alla fine, fradicia e disperata, sono risalita in casa, ho avuto un moto di stizza per la camera in disordine e ho sollevato il piumone per risistemarlo. Ed ecco quel figlio di puttana del gatto, beato e asciutto come una merda secca.
Come spesso mi capita, sono costretta a tornare sui miei passi e a far pubblica ammenda. Dopo aver infamato per anni i motociclisti, oltraggiandoli e schernendoli in ogni modo, mi trovo adesso nella condizione di dover ammettere che girare quella manopola chiamata acceleratore, ecco, è cosa degna di nota.
Per il resto ho adottato un delizioso gattino che risponde - non ancora per la verità - al nome di Grisù. L'ho portato subito dal veterinario che, dopo averlo sottoposto a un esamuccio, mi ha spiegato che la bestiola è affetta da leucemia felina, una malattia gravissima. Il dilemma è questo: secondo voi lo devo dire a Grisù?
A proposito di scienza. Giusto ieri sera ho chiesto a un tizio, un carissimo amico noto per le posizioni retrograde, se si considerasse più vicino ai creazionisti o agli evoluzionisti. Dopo un iniziale momento di buio totale, l'amico ha preteso e ottenuto spiegazioni più dettagliate. Poi si è solennemente proclamato un creazionista convinto. Gli ho fatto notare che in tutto il mondo erano circa una trentina. Beh, d'ora in avanti sono trentuno ha detto fiero. MI offro come ufficio stampa. Per chi lo volesse intrevistare, intendo.
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